La capanna più bella

Prego per chi ha perso la fede e la speranza, per chi vive nell’angoscia, per chi è solo, per i malati per gli ultimi, prego perché sappiano che il
loro cuore è la capanna più bella in cui Gesù Bambino nascerà la notte di Natale e tutti i giorni.

Mi chiamo Alberto, sono papà di Niccolò e Chiara, frequento la parrocchia di Santa Croce, sono divorziato, vivo insieme alla mia compagna Claire.

Ho letto attentamente e meditato nel mio cuore l’articolo “Davanti al presepio, pensando all’Incarnazione” scritto recentemente da Claudia e vorrei dare una breve testimonianza del mio vissuto e del mio stato d’animo in questi giorni che precedono il Natale.

Vedo intorno a me una moltitudine di persone, di corsa e indaffarate a preparare i festeggiamenti con famigliari ed amici, a cercare i più svariati regali , più o meno costosi, chi può – e non l’ha ancora fatto – ad organizzarsi le vacanze, girandole di luci per le strade, sui balconi, nelle case intraviste dalle finestre. Percepisco la capibile voglia di ognuno, per un momento, di voler dimenticare i momenti difficili che stiamo vivendo, le preoccupazioni per un domani incerto, le brutture che stampa e televisione ci propongono quotidianamente.

Ma vedo anche, con disagio e sgomento, la moltitudine di uomini e donne di ogni età e nazionalità che vagano ogni giorno per la nostra città, senza una meta e forse anche senza speranza, con occhi fissi tendere la mano infreddolita per pochi centesimi… e non mi importa sapere come li spenderanno… mi tendono solo la mano, forse qualcuno, vorrebbero anche una buona parola, un po’ di conforto, sono tanti, tantissimi.
Vedo persone anziane, sole, accompagnate nelle loro giornate sempre lunghe, dai ricordi di una vita, da chi non c’è più, spesso troppo spesso in situazioni di indigenza economica, magari dopo una vita di sacrifici per i propri figli e per se stessi.
Vedo famiglie provate dalla malattia, famiglie divise e arrabbiate, famiglie dove non c’è più dialogo.
Vedo le immagini che tutti i giorni da ogni parte del mondo ci documentano catastrofi naturali, guerre e atrocità di ogni tipo delle quali spesso le vittime sono i bambini.

Mi manca mio padre, i miei cari e gli amici che non sono più qui con me, penso a mia madre circondata dal nostro affetto ma con l’immenso vuoto nel cuore che ha lasciato, troppo presto, papà.

Davanti a tutto questo, provo sgomento, dolore, mi sento tremendamente inadeguato e allora cerco, per un attimo, di fare silenzio intorno a me e nel mio cuore, per sentire Gesù che mi parla e così incomincio a pregare.
Ti ringrazio Padre per esserti fatto uomo, nascendo bambino, povero, tra gli ultimi.
Ti ringrazio per averci insegnato ad amare e a perdonare Ti ringrazio per la vita che mi hai donato e per la scintilla della fede che hai acceso in me e che permetti che non si spenga mai.
Ti ringrazio per tutte le persone che mi hai fatto incontrare, per chi l’accoglienza me l’ha testimoniata tendendomi la mano ed aprendomi il proprio cuore.
Prego per chi ha perso la fede e la speranza, per chi vive nell’angoscia, per chi è solo, per i malati per gli ultimi, prego perché sappiano che il loro cuore è la capanna più bella in cui Gesù Bambino nascerà la notte di Natale e tutti i giorni.

Buon Natale, a tutti.

Un piccolo pensiero prima delle 24…

Natale è anche il momento di fare un bilancio dell’anno che è passato, per vedere se insieme a Gesù Bambino nel nostro cuore è germogliato il seme di speranza che ci è affidato.

Natale è anche il momento di fare un bilancio dell’anno che è passato, per vedere se insieme a Gesù Bambino nel nostro cuore è germogliato il seme di speranza che ci è affidato. Come scriveva Don Primo Mazzolari,

“Egli viene. E con Lui viene la gioia. Se lo vuoi, ti è vicino.
Anche se non lo vuoi, ti è vicino. Ti parla anche se non parli.
Se non l’ami, egli ti ama ancor di più. Se ti perdi, viene a cercarti.
Se non sai camminare, ti porta. Se tu piangi, sei beato perché lui ti consola.
Se sei povero, hai assicurato il regno dei cieli.
Se hai fame e sete di giustizia, sei saziato. Se perseguitato per causa di giustizia,
puoi rallegrarti ed esultare.
Così entra nel mondo la gioia, attraverso un bambino che non ha niente.
La gioia è fatta di niente, perché ogni uomo che viene al mondo viene a mani vuote.
Cammina, lavora e soffre a mani vuote, muore e va di là a mani vuote”.

E allora in questo Natale i miei auguri sono rivolti a chi sta per strada e non è ambulante
Auguri a chi prega e non ha né Dio né santi
Auguri a chi sta nei Centri di Espulsione, a chi vive nei campi nomadi ed è vagabondo delle stelle,
Auguri a chi vive sotto i ponti, e l’acqua scorre e non si ferma
Auguri a chi non ha più la fabbrica dove lavorava, a chi non ha più voce e soffoca le sue urla,
Auguri a chi è agitato da una disperazione che lo divora
Auguri a chi è prigioniero di un carcere o di un sogno che non si realizza e forse mai si realizzerà
Auguri a chi non si concede facili comodità nel rischioso mestiere di vivere
Auguri a chi ha ancora lacrime e rabbia per indignarsi di fronte a situazioni che non vanno, a chi ha perso lavoro e famiglia tentando la fortuna alle slot machines,

Auguri a chi è costretto a stare in tenda e non è campeggiatore, solo un banale terremotato

Auguri agli anziani e ai malati

Auguri a chi sta sempre in piedi perché un letto non ce l’ha, ha solo un cartone
Auguri a chi non ci sta, e continua a stringere il suo sogno con rabbia e con poesia
Auguri a chi è stato rimpatriato senza aver conosciuto né pace né speranza , solo un frammento d’illusione
Auguri a chi ha ancora tutti i denti e non sorride più
Auguri a chi i denti li ha persi ma continua a sorridere
Auguri a chi ancora vive rapporti di affinità e non di utilità
Auguri ai bambini e ai loro occhi pieni di speranza, Auguri a quanti perdono il lavoro e auguri a quanti il lavoro non lo trovano
Auguri alla sacra meraviglia del seno che allatta e dà la vita

E auguri a chi ha deciso di restare qui. Perchè non è necessario andare lontano per lasciare un’impronta cristiana in quello che si fa. La sfida è anche qui, ora e adesso. Ci si può sporcare le mani anche di cose buone e belle. Strappando terra all’ingiustizia.

E un grazie. A te che due e mezzo fa, insieme ad altri, mi hai spronato a candidarmi in consiglio di zona. Dandomi fiducia. A te che mi sostieni nelle mie battaglie quotidiane contro il tempo per inseguire questo piccolo grande sogno di fare la giornalista. Per raccontare la realtà con gli occhi della verità. Grazie per la responsabilità di Testata d’angolo e per quella del percorso su Elia. E per la bellissima frase che mi hai regalato quest’anno: “C’è un vecchio adagio che dice: se hai da chiedere qualcosa, chiedilo ad una persona che ha molto da fare, certamente una mano te la darà. Se ha poco da fare, farà fatica a darti una mano… così ho pensato bene di partire anche con questa piccola avventura che affido a te”.

Una frase proprio vera, che è servita a darmi coraggio anche in un momento di difficoltà. Quando senti che le fatiche sono tante e pensi di non riuscire a farcela, arriva la frase di un Amico. Che ti dice che qui e ora si compie il percorso immaginato per te da Dio.

Davanti al presepio, pensando all’Incarnazione…

Ogni dodici mesi, la Chiesa ci propone l’evento della nascita di Gesù… Un Gesù ‘bambino’: piccolino, in fasce, indifeso, riscaldato dal fiato degli animali – come accadeva normalmente nei poverissimi inverni di un tempo lontano – fasciato, in una culla, con accanto Maria e Giuseppe, i pastori, le pecorelle, e un contorno celestiale di angeli gioiosi e canori…

Qui da noi, in Italia, la rappresentazione è quella, antichissima, del ‘presepe’: piccolo o grande, semplice o complicato, antico o modernissimo, usuale o creativo, esercita sempre la sua forza di attrazione nei confronti degli adulti come dei più piccoli. Certo, ci abbiamo un po’ tutti aggiunto l’albero di Natale, vero o finto che sia, ma sempre ricco di luci e di colori, anche se, come sempre più spesso accade, privo del profumo intenso del pino e della resina. Nelle nostre case, però, trova ancora per fortuna ospitalità il presepe, tentativo ingenuo di ‘ricreare’ lo spazio sacro e sospeso fra realtà e mistero della grotta di Betlemme. A tantissimi di noi adulti richiama alla memoria l’infanzia, l’attesa di qualcosa di speciale, se non proprio di Qualcuno, una sorta di incantesimo che si concretizzava alla fine in uno o più regali – magari non sempre corrispondenti ai nostri reali desideri! -, ma sempre in un clima di festa familiare che radunava in pranzi e cene senza fine, tombolate, chiacchiere – e magari qualche litigio -, anche tre o quattro generazioni. Ma perché mai ‘l’obbligo del regalo’? E lì, avanti con la ricompensa per la condotta di un intero anno da parte di questo Gesù ‘bambino’ – magari coadiuvato, a seconda delle usanze locali, da santa Lucia, san Nicola, o anche la ‘befana’ -, con l’immancabile corredo di dolci e carboni variamente colorati. Il boom economico con la conseguente crescita di ricchezza ha cambiato le carte in tavola; i regali si sono moltiplicati, sono cresciuti di valore, sono divenuti ‘obbligatori’ anche in rapporti non familiari e non amicali, e Natale è diventato da una parte una vera ‘fiera’ e dall’altra il momento della ‘compensazione’ di rapporti di lavoro, di conti in sospeso, di reti di interesse, di strumenti di corruzione e chi più ne ha più ne metta… In questo forsennato giro di denaro, le nostre città si sono riempite di réclames, di messaggi pubblicitari ammiccanti, di bancarelle: e di luminarie. Abbiamo iniziato a vederle in dicembre; poi all’inizio di novembre; poi, se ci fate caso, ormai sovente non si tolgono neppure più: costa troppo… Così, si tengono lì e ci si limita a lasciarle spente, per riaccenderle al momento opportuno.

Ecco, la crisi che attraversiamo un poco ha cambiato anche tutto ciò e ci ha aiutato a fare finalmente i conti con l’enorme spreco di denaro che, a tutti i livelli, abbiamo fatto negli anni delle ‘vacche grasse’. Nel frattempo, però, anche il ‘Natale’ si è come consumato, svuotato; è stato banalizzato, si è ridotto alle corse per trovare questi benedetti – o maledetti – regali, magari ormai sempre più risicati e ‘cinesizzati’… Fare o ricevere regali – specie fra adulti – è semplicemente una consuetudine che ha perso in pratica ogni legame con l’idea originaria di un momento di ‘bontà’ almeno temporaneo, una sorta di ‘tregua’ che sospende per un giorno tutto quanto va male: ricordiamo tutti la promozione dei biscotti che portano con sé l’augurio “siate buoni!”, oppure la canzoncina “a Natale si può fare di più”… Delle banalità, però ancora mescolate al ricordo della propria infanzia, se si è avuta la fortuna di averne una felice e, se ci sono in casa bambini piccoli, al fascino indubitabile della loro ingenuità e freschezza: una miscela comunque capace di portare ancora alla messa di mezzanotte del 24 dicembre moltissime persone che normalmente non frequentano più da tempo immemorabile la chiesa.

Come spesso accade, anche per il Natale un tempo di crisi può avere qualche effetto benefico e permetterci di ‘liberarci’ – è il caso di dirlo – da tanti obblighi e distorsioni del passato più recente permettendoci di guardare con maggiore libertà e profondità al significato di questo evento che non dovrebbe essere né una memoria, né una celebrazione, ma piuttosto il momento opportuno per meditare su un mistero sconfinato cui non possiamo che tentare di avvicinarci con rispetto e stupore. In mezzo ai tanti problemi del presente, con uno Stato sull’orlo del baratro, le piazze turbolente, la povertà che cresce, i giovani e le donne in affanno, perché non provare a fermarci e sostare un momento… e a chiederci: ma, per me, cos’è questa cosa qui, e cosa vuole dire questa festa che ogni anno ritroviamo sul nostro cammino?

Come ci ha detto più volte papa Francesco, e come del resto testimonia la Bibbia – e in particolare l’Antico Testamento – molto spesso il Signore si serve di qualcuno che non ci aspetteremmo di trovare sul nostro cammino, magari di qualcuno che ci è estraneo ed è ben lontano dal nostro orizzonte, per provocarci sanamente.

Così è per un racconto davvero straordinario sul Natale, soprattutto se pensiamo a chi l’ha scritto: Jean-Paul Sartre, il filosofo esistenzialista francese, dichiaratamente ateo. Il racconto ha un titolo significativo: Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per credenti e non credenti (Ed. Christian Mariotti, 2003). In esso Sartre – siamo in tempo di guerra ed egli si trovava prigioniero – funge da voce narrante nella illustrazione di un presepe molto speciale. Come spesso nella narrativa antica, Sartre s’immagina cieco: una finzione che gli consente di lasciare un totale spazio alla fantasia e di immaginare i personaggi del presepio interpretandoli con la più grande libertà. In realtà, la sua è piuttosto un’eccezionale riflessione sulla Incarnazione che non si ferma alla rappresentazione esteriore tante e tante volte descritta dai pittori di tutti tempi. Sartre al contrario riesce a farci entrare – lui che si presenta privo della vista – ‘dentro’ una storia intimamente vissuta. Si trasferisce così nei diversi personaggi, che diventano vivi, si animano e ci parlano in modo davvero inconsueto:
Ecco il prologo.
Sono cieco, per caso, ma prima di perdere la vista, ho guardato più di mille volte le immagini che contemplerete. Le conosco a memoria…
Quella che vedete dietro di me, e che vi mostro con il bastone, so che rappresenta Maria. L’angelo viene ad annunciarle che avrà un figlio e che questo figlio sarà Gesù.
L’angelo è immenso con le ali come due arcobaleni. Potete vederlo; io non lo vedo più, ma lo guardo ancora nella mia mente. È disceso come una inondazione nell’umile casa di Maria e la riempie con il suo corpo fluido e sacro…
Se guardate attentamente il quadro, noterete che si vedono i mobili della camera attraverso il corpo dell’angelo. Si è voluto così far risaltare la sua trasparenza angelica, sta davanti a Maria e Maria lo guarda appena.
Ella riflette… Egli non ha parlato; ella lo presentiva già nella sua carne.
Ora l’angelo sta davanti a Maria e Maria è impenetrabile cupa come una foresta di notte e la buona novella si è perduta in lei come un viaggiatore si perde nei boschi. E Maria è piena di uccelli e del lungo stornare delle fronde. E mille pensieri senza parola si destano in lei, pensieri pesanti di madri che accettano il dolore.
E, vedete, l’angelo ha l’aria interdetta davanti a questi pensieri troppo umani: gli dispiace di essere angelo perché gli angeli non possono nascere né soffrire.
E quel mattino di Annunciazione, davanti agli occhi sorpresi di un angelo, è la festa degli uomini poiché è il tempo dell’uomo ad essere sacro…
Il prologo è terminato; la storia incomincia nove mesi più tardi, il 24 dicembre, nelle alte montagne della Giudea…”

Ed ecco la nascita attesa:
Siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo.
Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete un po’ naif.
Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli, ma sono rigidi: si direbbero delle marionette. Non erano certamente così”.

Insomma, sta parlando in fondo di come noi guardiamo i presepi delle nostre case, che ogni anno tiriamo fuori, spolveriamo, in cui accendiamo le luci che i nostri bambini guardano stupiti… e che dopo non troppo tempo torneremo però a riporre in un armadio. Ma, ecco come Sartre riesce ad animare tutto ciò:
Se foste come me, che ho gli occhi chiusi… Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me.
La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà sangue di Dio.
E, in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. La stringe fra le sue braccia e dice: piccolo mio!

Maria è certo una donna dal destino stupefacente ma anche, più semplicemente, ‘una’ madre, come infinite altre:
“… in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un timore religioso per questo Dio muto, per questo bambino che la impaurisce…”.

Ma, come può il sentimento materno non prevalere?
Penso che ci sono altri momenti, rapidi e difficili, in cui nello stesso tempo sente che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa sua carne divina è la mia carne.
È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi rassomiglia.
E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive.
Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride”.

E continua:
E Giuseppe? Giuseppe non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti.
Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa cosa dire di se stesso.
Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio.
Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto sia già vicina a Dio.
Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia… e tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare.
Miei buoni Signori, questa è la Sacra Famiglia”.

Ho ripensato a queste righe nella preparazione del Natale che viene e al quale insieme ci stiamo preparando. Le ho rilette: le ricordavo speciali e le ho trovate di una profondità straordinaria, capaci di un’incredibile e utile provocazione.

Se dobbiamo andare “incontro all’umano” come dice il nostro Vescovo nella sua ultima lettera pastorale, se il nostro carissimo papa Francesco – vero dono dello Spirito – ci invita sempre a muoverci verso le “periferie” – del nostro cuore, delle nostre comunità, delle nostre città e del nostro travagliato mondo pieno di violenza, di ingiustizia, sopraffazione, negazione di dignità, crudelissime persecuzioni, guerre, insomma, del continuo ‘dolore’ che pervade il mondo da sempre – è proprio da qui che dobbiamo partire.

Dobbiamo tirare fuori dalla sua culla e da un presepio fatto di statuine rigide e fisse – come ben notava Sartre – Gesù, Maria, Giuseppe e animare la scena come ha cercato di fare lui, probabilmente in un momento particolarissimo e specialmente infelice della sua vita, forse riandando alla propria infanzia.

Le icone orientali spesso dipingono la culla come una piccola ‘bara’ e presentano Gesù bambino fasciato come si usava per seppellire i defunti. Nel Natale è, infatti, già concentrata tutta la storia della salvezza e davanti alla grotta di Betlemme dobbiamo stupirci anche noi, come gli angeli e come i pastori, perché stiamo contemplando un Dio-uomo. Non una simulazione, non una finzione, ma un Dio: quello che tradizionalmente ci raffiguriamo come il Creatore, il condottiero degli antichi eserciti di Israele, proprio Lui; uomo, anzi, neonato come tutti i cuccioli d’uomo; indifeso – lui che mostrerà di potersi imporre agli elementi naturali, leggere nel cuore degli uomini, superare la tentazione, vincere la morte -; in-fante cioè incapace di esprimersi – Lui che è il Verbo, cioè la Parola -; bisognoso di ogni cosa per vivere e crescere – lui che moltiplicherà a dismisura pani e pesci.

L’avranno ben separato dalla sua mamma tagliando il cordone ombelicale; l’avranno ripulito perché sarà tutto stato sporco di sangue e di liquido amniotico; Maria lo avrà nutrito, cambiato, vegliato di notte… Avrà certo pianto, questo bambino, avuto mal di pancia, la tosse, il mal di gola… Sarà cresciuto, divenuto adolescente, avrà cambiato voce, sarà diventato un uomo maturo come tutti noi comuni mortali… Ha mangiato e bevuto, corso, faticato, sudato; sicuramente si è arrabbiato, è stato tentato, ha pianto, ha avuto paura, si è sentito abbandonato e rifiutato… è morto…

Questa è davvero la grande sfida del Cristianesimo! Bestemmia per il popolo ebraico, eresia per l’Islam, e grandissimo scandalo per tutte le generazioni cristiane dalle primissime sino alla nostra, oggi.

Ecco, davanti al presepe, quest’anno, proviamo a chiederci quanto crediamo a tutto ciò in profondità, non con la testa – un Dio può tutto -, non con la tradizione – tutte le domeniche recitiamo il credo -, ma con il cuore e soprattutto con la nostra vita.

Perché, se riuscissimo anche solo a percepire la profondità di questo quasi inavvicinabile mistero, allora come dovremmo cambiare rotta! Dio ha accettato di avere un corpo come noi, dandogli un’incredibile dignità. Dio ha camminato nel nostro mondo, insegnandoci a rispettarlo e “custodirlo” come dice il Papa. Dio ha reso degna di essere vissuta, interessante e ricchissima la nostra quotidianità: Gesù è rimasto nell’anonimato più completo per la quasi totalità della sua esistenza, trent’anni, facendo cose normalissime. E ci ha insegnato di avere caro ogni essere umano, fatto a sua “immagine e somiglianza”, come si dice in Genesi.

Perché quando ancora il mondo non c’era, quando lo Spirito di Dio – la ruà – già era però l’anima di un universo ancora informe, “al principio” di tutto – lo leggeremo nella notte di Natale -, il “Verbo” era già là: presente al Padre, anzi modello sul quale forgiare l’umanità. E, alla fine del suo percorso terreno, Gesù è “asceso” portando per sempre, nello splendore incomprensibile di un Amore espansivo e comunicativo come la Trinità, la nostra natura umana: ferita, piagata, ma alla fine riscattatata e sanata per sempre.

Il Bambino di Betlemme ci prenda per mano e ai aiuti a vivere bene il presente e il nostro quotidiano. E allora Buon Natale, con il Suo aiuto…

Claudia di Filippo Bareggi

Padre David Maria Turoldo

Il ricordo di un amico fatto al festival di Mantova per i vent’anni dalla morte all’inizio di settembre 2012.

Il ricordo di un amico fatto al festival di Mantova per i vent’anni dalla morte all’inizio di settembre 2012.

Scarica l’articolo “Padre David Maria Turoldo” di G. Piccioli, in formato pdf.

Dal sito Garzanti.itChiedo scusa se inizierò parlando di me. D’altronde credo di essere stato invitato qui per meriti anagrafici: ho infatti conosciuto padre Davide in anni lontani, l’ho ascoltato la prima volta nel 1957, studente di prima liceo, appena arrivato a Milano da Bologna. Era l’anno della Missione di Milano, una kermesse evangelizzatrice, durata tutta il mese di novembre e voluta, con intelligenza presaga,  dall’allora arcivescovo di Milano, Montini. Si era alla vigilia del primo grande boom economico; anzi non solo economico, fu un mutamento storico, il passaggio da un’Italia agricola all’Italia industriale. (La Fiat 600 era stata presentata al Salone di Ginevra del 1955,  nel 1954 la Ignis aveva cominciato la produzione su larga scala di frigoriferi, e poi delle lavatrici; nel 1958 saranno inaugurati i primi 100 km dell’Autostrada del Sole…). Milano, insieme con la Fiat di Torino, era il centro propulsore della ripresa dopo le tragedie del fascismo e della guerra.      Per la Missione furono mobilitate tutte le parrocchie e le varie associazioni cattoliche, ma vennero invitati a predicare anche sacerdoti “scomodi”, come don Primo Mazzolari e appunto padre Davide, che nel 1953 era stato esiliato da Milano per ordine del Sant’Uffizio (“Fatelo girare, perché non coaguli” aveva detto il card. Ottaviani al generale dei Serviti, l’ordine di Padre Davide).

Fu così che mi capitò di vedere e ascoltare Padre Davide per la prima volta. Era un grande oratore, fisico e voce possenti, ampia gestualità, saliva e scendeva dai gradini dell’altare interpellando i fedeli con toni savonaroliani. C’era qualcosa di teatrale e insieme di carismatico nel suo modo di predicare, che poteva anche respingere. Ma che affascinava molti, bisognosi di parole forti, spesso più poetiche che omiletiche (ma in lui omelia e poesia  e preghiera spesso si scambiavano le parti): erano anni di tragiche memorie ma anche, e soprattutto, di speranza e rigenerazione collettiva. Tempi in cui poteva chiaramente risuonare una voce profetica se profeta è, come dice Ravasi proprio parlando di padre Davide, “colui che si interessa al presente cercando di scoprire in esso un senso trascendente, ovvero l’agire segreto di Dio. Per questo si impolvera nelle vicende della storia”.

Padre Davide, friulano, di famiglia poverissima (fu memore della sua infanzia in un film bellissimo e di nessun successo, Gli ultimi, regia di Vito Pandolfi; ne esiste un dvd). Era arrivato a Milano nel 1940, nel 1941 vi arriverà il confratello e amico padre Camillo De Piaz, e non si può parlare dell’uno senza parlare dell’altro, tanto erano legati, tanto si integravano (silenzioso e riflessivo, quasi reticente, sempre interrogante, il Camillo; estroso e selvaggio il Davide. Entrambi liberi, entrambi obbedienti. Padre Camillo ebbe a dire  di lui: “C’è da domandarsi dove lo avrebbe portato una natura erompente e potenzialmente barbarica come la sua. (…) Arginata e sorretta da una regola, e da una “sostanziale” fedeltà alla stessa, divenne doppiamente feconda. In questa doppia fedeltà alla propria natura e a una regola (fatta propria, giova ribadirlo, nella sostanza, liberamente incorporata) sta il segreto della vera libertà.” Parole che scritte per l’amico si attagliano perfettamente anche a lui, di cui padre Davide diceva: ”È  un amico il cui parere sulle cose mi è indispensabile più del mio stesso parere”.).
Si erano conosciuti ragazzi,  nel 1929  a Monte Berico, vicino a Vicenza allo studentato dei Serviti (un ordine di origine medioevale, creato a Firenze da sette laici della nascente borghesia mercantile, che di per sé avrebbero aspirato a vita eremitica ma poi, quasi spinti dai loro fedeli e seguaci, fondarono un ordine religioso: e questa origine “plurale” non fu estranea alla vocazione dialogante, oggi alcuni direbbero relativistica, dei  nostri due amici) Erano quasi coetanei, Davide del ’16, Camillo del ’18; insieme furono attivi a Milano, al Convento di San Carlo al Corso: entrambi aitanti, belli nell’ austero abito dei Servi di Maria, piacevano molto alle ragazze, e anche da anziani suscitavano l’ammirazione femminile, di cui un po’ si compiacevano un po’ si divertivano.

Nel 1943, dopo il 25 luglio, Milano fu duramente bombardata dagli angloamericani, e in uno di questi bombardamenti con spezzoni incendiari vennero colpiti anche la chiesa e il convento di san Carlo e il Corso Vittorio Emanuele “ridotto, ricorda Padre Camillo, a un sentiero con ai fianchi montagne di detriti e le fiamme che si congiungevano in alto sopra il sentiero.” Davide e Camillo non scappano né cercano rifugio: in tutti quei terribili mesi si prodigano girando fra le macerie e aiutando, organizzando soccorsi, cercando alloggi, denaro, generi alimentari: è così che i milanesi cominciano a conoscere i due giovani frati. Ma non solo. Sempre nel 1943 il card. Schuster  invitò padre Davide a celebrare la Messa domenicale delle 12,30 in Duomo, la messa alta, quella frequentata anche da molti della ricca borghesia milanese, che terminata la messa andavano a prendere l’aperitivo in Galleria. E per 10 anni, fino a quando ci fu Schuster, fino alla cacciata nel 1953, padre Davide ricoprì l’incarico, suscitando entusiasmo e polemiche per le sue omelie infuocate a difesa dei poveri. C’era chi sapeva comprendere il senso profetico di quegli  attacchi alla classe dei ricchi, c’era chi reagiva scompostamente. L’editore Valentino Bompiani gli scriveva: “Vorrei tanto vederLa, caro Padre. La Sua parola, la Sua presenza sono sempre illuminanti.”  Il cementiere Pesenti lo definiva “Il Giuda della Chiesa cattolica”. Una domenica una signora uscì addirittura di chiesa. Ma la domenica dopo quella stessa signora gli andò a parlare, gli domandò perché ce l’avesse tanto coi ricchi, e Davide rispose che non ce l’aveva affatto coi ricchi, ma che difendeva i poveri e che non era colpa sua se Dio era dalla loro parte. (Tanti anni dopo un suo grande amico, il vescovo brasiliano Helder Camara, dirà: “Se dò da mangiare a un povero mi considerano santo, se mi chiedo la causa della sua povertà mi dicono che sono comunista”.) Da quella conversazione domenicale nacque una grande amicizia: quella distinta signora era Teresa Pirelli, sorella di Alberto Pirelli, e insieme con padre Davide fondarono la Messa della Carità, istituzione tipo San Vincenzo, per molti anni attiva e importante a Milano. E sua nipote, Nini Albertoni Pirelli, sarà una delle grandi benefattrici di Nomadelfia (cui donò un’ampia proprietà vicino a Grosseto) e con padre Davide organizzò il Comitato milanese per Nomadelfia. Nomadelfia era una comunità di bambini orfani di guerra o abbandonati (in quegli anni ce n’erano parecchi), fondata da don Zeno Saltini, un prete di Carpi: padre Davide raccontava che un giorno passando per Modena aveva notato parecchie scritte anticlericali sui muri, fra cui una che recitava: “Abbasso tutti i preti, meno don Zeno.” La cosa lo incuriosì e così si conobbero.  I bambini venivano affidati a coppie o a singole madri putative che si occupavano di loro; adulti e bambini, circa 1600 persone, nell’ex campo di concentramento di Fossoli, vivevano insieme secondo principi comunitari ed egualitari, come nelle comunità cristiane primitive. Anche padre Davide e padre Camillo, con altri Serviti, furono vicini e solidali: per aiutare Nomadelfia in perenni difficoltà economiche a Capodanno o a Carnevale padre Davide si recava a predicare  (e a far collette) a Cortina o a Moena o a Canazei, ovunque ci fossero ricchi, una sorta di Robin Hood  non violento.  Ma non ci fu nulla da fare: i debiti c’erano, il ritorno alle origini evangeliche spaventava la Chiesa gerarchica, ci fu anche una dura polemica con Scelba, allora ministro dell’interno: nel 1953 Nomadelfia fu costretta alla liquidazione coatta, i ragazzi furono tolti alle madri adottive e disseminati in orfanotrofi diversi, da cui spesso scappavano. Padre Davide fu esiliato e condannato al moto perpetuo da una casa all’altra dei Serviti (in base al ricordato principio del card. Ottaviani, Fatelo girare perché non coaguli): Austria, Baviera, Inghilterra, Canada, Firenze, Udine… finché alla morte di papa Giovanni, grazie al sostegno del vescovo di Bergamo mons. Clemente Gaddi, riuscì a stabilirsi all’abbazia di Sant’Egidio in Fontanella, una frazione di Sotto il Monte dove, nel 1964, avrebbe fondato il Centro ecumenico Giovanni XXIII e una casa di ospitalità (Casa di Emmaus) con lo scopo di far evolvere in direzione ecumenica la teologia cattolica e ospitando quanti, di vari paesi, di varie fedi o anche non credenti, desiderassero lavorare a questo progetto: l’essenziale era l’incontro reciproco in spirito di fraternità.
Dopo la cacciata del 1953 padre Camillo lo aveva sostituito nelle prediche in Duomo a Milano, ma pochi anni dopo,  nel 1957, subì la stessa sorte, e fu mandato in Valtellina, a Tirano dove era nato e dove allora i Serviti avevano il grande santuario mariano.

Ma torniamo al ’43, ai bombardamenti, al fascismo, alla guerra. Dopo l’8 settembre per Turoldo e De Piaz fu inevitabile partecipare alla Resistenza. Ci sono in proposito parole bellissime di padre Camillo, inconsapevolmente heideggeriane: “La Resistenza (…) nelle nostre condizioni non si poteva non fare. (…) Che cosa vi può essere di più grande, di più storicamente ed esistenzialmente pregnante, di una necessità che assume la dimensione di una scelta?” Sembra una contraddizione conciliare necessità e scelta, ma nei momenti cruciali dell’ esistenza di tutti noi le scelte davvero importanti vengono da una necessità interiore che si impone e che nello stesso tempo accettiamo liberamente. Quando necessità e libertà si incontrano si concretizza un destino; per chi crede forse la grazia. E poi c’è un’altra osservazione da fare, più generazionale. Ho conosciuto molti partigiani, di diverso orientamento ideologico, con storie diverse. Eppure per tutti, cristiani, comunisti, monarchici, liberali, per tutti, anche ad anni di distanza, la Resistenza non fu mai un episodio, per quanto importante, della loro vita. Fu una postura esistenziale, una categoria con cui valutare il mondo, la storia, gli uomini e le loro vicende. Un ritrovarsi molteplice e corale che sigillò di sé un’intera generazione.
Davide e Camillo, e i loro amici e alcuni loro professori dell’Università Cattolica collaborarono col CLN dell’Alta Italia; diedero vita a un giornale clandestino intitolato “L’Uomo”, titolo che a noi oggi suona enfatico ma che allora significava collegarsi idealmente col personalismo di Mounier e l’umanesimo integrale di Maritain: vi collaborarono Gustavo Bontadini, Mario Apollonio, Dino Del Bo, poi deputato democristiano per alcune legislature, Angelo Romanò, Luigi Santucci, cattolici e socialisti e cattolici comunisti, come Felice Balbo e Franco Rodano; si confrontarono con resistenti di altra formazione e provenienza culturale, come il fisico comunista Eugenio Curiel (fucilato nel febbraio 1945) o il futuro regista Gillo Pontecorvo. Con loro fecero nascere, nel convento di San Carlo, nella parte non requisita dai nazifascisti, il Fronte della Gioventù, che sotto la bandiera antifascista raccoglieva giovani comunisti e giovani cattolici. (Ed è un tristo scherzo della storia che quello stesso nome sia stato poi usato dai circoli giovanili del Movimento Sociale Italiano.) Sperimentavano fede e scelte di vita, nella prospettiva di una Chiesa pensata e vissuta come “asilo sicuro per chiunque, credente o meno”, di una Chiesa amica dell’uomo, quella Chiesa che il Vaticano II farà fugacemente intravedere, non più di un’ora d’aria: già con Paolo VI porte e finestre cominciarono a chiudersi. Quello di padre Davide e padre Camillo è un periodo di storia religiosa e civile ormai remotissimo dal nostro presente: forse non superato, sicuramente sconfitto. E la recente morte del card. Martini, il rappresentante gerarchico più significativo della cultura conciliare, è anche il simbolo, della fine probabimente definitiva di quella stagione.
Dopo la Liberazione “L’Uomo”, non più clandestino, continuò le pubblicazioni soltanto fino al luglio ‘46; ma  a quell’esperienza Davide tornerà sempre, se ancora nel 1988, dedicando “a Gianfranco Ravasi e agli amici” la raccolta Nel segno del Tau scriverà: “Sono, avanti a tutti, gli amici della prima ora, quelli de “L’Uomo”, nel cui ricordo ho sempre cercato di “far fronte”, come diceva Bernanos nel Diario di un curato di campagna. Sono gli amici del tempo della resistenza, cui fanno grappolo gli altri, i pochi che ancora resistono, cui ho dedicato da sempre i frutti della mia più cara fatica. E non è a caso che mi riferisco a loro – nella cui corona di nomi ora c’è anche il tuo -; non è per gioco che pensando a loro ho scritto  anche recentemente: Torniamo, amici, ai giorni del rischio. Invito che sento tuttora pienamente vero e urgente.”
E in quegli anni, in quella esperienza fu anche il seme della Corsia dei Servi, l’associazione e il centro culturale che  Davide e Camillo fondarono nel 1952 presso il Convento di San Carlo: un gruppo di laici e religiosi (essenzialmente loro due), assolutamente paritetici, senza che i secondi facessero da guida ai primi: casa editrice (col programma di far conoscere i nuovi testi del cattolicesimo d’oltralpe, specialmente francese, e di ritornare alle fonti del cristianesimo primitivo, ritorno alle fonti che, qualche anno dopo, fu la parola d’ordine della maggioranza dei padri conciliari: il famoso ressourcement), cineforum (molto poco da oratorio: niente Cielo sulla palude, su santa Maria Goretti, o Pastor angelicus, il film-documentario su Pio XII, ma film d’autore – Rossellini, De Sica, più tardi Fellini e Antonioni – commentati spesso da Morando Morandini. Un’ intervista di Padre Camillo su “Cinema nuovo” del comunista Guido Aristarco fu denunciata da Giulio Andreotti alla Segreteria di Stato perché intervenisse  sui superiori gerarchici dei Serviti…). E infine  libreria, con annessa sala conferenze e pubblicazione periodica di un bollettino, che non era soltanto bibliografico ma anche, e soprattutto, sede di articoli sui temi cruciali del cattolicesimo.

Conobbi la Corsia per caso, da poco arrivato a Milano cercavo una buona libreria, a scuola qualcuno mi disse che lì c’era un libraio straordinario. Era vero: si chiamava Peppino Ricca, con sorridente discrezione ti presentava senza parlare i libri giusti per te; la sua collega era Lucia Pigni, che aveva conosciuto padre Davide quando, ancora studentessa all’Università, faceva la staffetta per i partigiani. Peppino era sposato con una giapponese, Atsuko Suga, che in pochi anni fece conoscere agli italiani, traducendoli per Einaudi e Bompiani, i più grandi scrittori giapponesi, soprattutto Tanizaki e Kawabata, ma non solo. In breve diventai loro amico, ma Peppino morì ancora giovane, nel 1967. Lucia era disperata, anche per il lavoro: da sola non ce la faceva a mandare avanti la libreria, che era gestita con criteri particolari: tutti i libri nuovi che entravano venivano schedati (allora non c’erano cataloghi unificati dei libri in commercio!):  e le schede tenute in ordine alfabetico per autore: così, anche quando un libro era esaurito o fuori commercio, si riuscivano perlomeno a recuperare i dati (cosa oggi impossibile: il computer riporta solo i libri recenti). A tempo perso cominciai ad aiutarla proprio nella schedatura e  alla fine mi ci impiegai a mezzo tempo.
Allora fare il libraio era un modo di essere prima che l’esercizio di una professione. I libri erano oggetti amati quasi visceralmente e c’era la soddisfazione di partecipare le tue passioni del momento ai clienti, i quali a loro volta si fidavano di te. Si era curiosi di tutto e quando i rappresentanti delle case editrici entravano per proporre il loro copertinario  c’era interesse autentico, e si prenotavano le novità soprattutto in funzione della clientela e non delle classifiche, e quando si leggeva un libro si pensava subito a chi, dei tanti clienti, potesse piacere. Il nostro interlocutore preferito era Roberto Cerati, amico della libreria fin dai suoi inizi, con la sua discrezione sorniona, la sua grande cultura dissimulata e naturalmente le sue proposte einaudiane: ma soltanto pochi anni prima padre Gemelli, che evidentemente aveva molto tempo libero, aveva scritto in Curia denunciando l’esposizione, nella vetrina della Corsia, di sovversivi libri Einaudi…

Fu così che rividi padre Davide e conobbi padre Camillo: entrambi interdetti da residenza stabile a Milano, vi planavano però regolarmente, soprattutto Camillo, la vera mente della Corsia in quegli anni postconciliari. Veniva anche padre Davide, ma aveva un atteggiamento più paterno e conviviale, si vedeva che lo rilassava stare fra quelle mura. Organizzavamo conferenze, quasi settimanali: fummo i primi in Italia a lanciare Lettera a una professoressa di don Milani, poi il Concilio si fuse col ’68 e dalla Corsia passò il meglio della nuova teologia, Küng e gli olandesi, Gonzalez Ruiz e padre Balducci, Arturo Paoli, dei Piccoli fratelli di Charles De Foucauld, e Garaudy, a quel tempo non ancora convertito all’ islamismo; poi la rivolta studentesca e i preti torturati dell’America Latina ecc. ecc.: l’elenco sarebbe lungo. Erano incontri importanti nella vita della città, creavano scalpore, disturbavano il mondo cattolico, non solo a livello locale ma anche a Roma, dove quel gruppo di laici e preti alla pari, riottosi e dialoganti e indipendenti, era mal visto e mal sopportato. Corsia e Casa della Cultura, vicine anche spazialmente,  erano allora fra i centri culturali più frequentati; così come la libreria era un punto d’incontro, come lo erano  la libreria Einaudi di Galleria Manzoni o, per altri versi, la neonata Milano Libri, dei Gandini. Allora si andava in libreria anche solo per incontrarsi con gli amici e parlare, come oggi all’happy hour:  progetti, sogni, discussioni, quando Milano era ancora una città in cui economia e ricerca, riformismo e piano, industria e cultura erano intrecciati, o c’era forte almeno la volontà di intrecciarli.
La Corsia era un luogo di frontiera: vi veniva Cuccia regolarmente, ogni sabato pomeriggio alle 15. Stava circa un’ora, non diceva una parola, sceglieva, pagava, salutava e usciva, tutto gobbo e penzoloni. Leggeva poesia e molta teologia classica, saggi di storia.  Ma venivano anche Angelo Saraceno, allora ancora direttore della Banca Popolare di Milano o già amministratore della Motta, non ricordo, e sua moglie Maria Ballo, parente del musicologo ed editore Ferdinando Ballo (quello della mitica casa editrice Rosa e Ballo): distinta, vestita quasi sempre di nero, cappellino con veletta: i fascisti che in quegli anni stazionavano lì vicino, in piazza San Babila, le davano i loro orridi volantini, lei li prendeva e  glieli stracciava sotto al naso dicendo, secca: “Vergogna!” : intimiditi non le torsero mai un capello.  E venivano Giorgio Valerio (Montedison) e Leopoldo Pirelli, ma anche alcuni esponenti dei CUB (Comitati Unitari di Base) la sinistra radicale della sua fabbrica. Venivano Giovanni Giudici e Paolo De Benedetti, Fortini e Michele Ranchetti, Angelo Romanò, allora direttore centrale dei programmi per lo spettacolo televisivo, e Luisito Bianchi, prete operaio, ex partigiano che voleva far ascoltare Beethoven in fabbrica perché anche gli operai sentissero com’era bello, futuro autore di quel libro straordinario che è La messa dell’uomo disarmato, Luigi Santucci, naturalmente, e Ferruccio Parazzoli, e Luciano Erba, Enzo Bianchi, agli inizi dell’avventura  di Bose, e Mario Capanna, quelli di “Quaderni Piacentini” (Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio portavano di persona la rivista e dicevano che ne vendeva più copie la Corsia della Feltrinelli), i giovanissimi Paolo Mereghetti e Pietro Ichino, ancora studenti, il domenicano Antonio  Lupi, altro grande predicatore, e don Michele Do, che scendeva dall’esilio di Saint Jacques, in Val d’Aosta, e don Mazzi dell’Isolotto e Nazareno Fabbretti, sempre affannato, e l’argutissimo Abramo Levi…  Molti di Lotta Continua, di quelli che mi davano del borghese perché ero scettico sulle possibilità di una rivoluzione fatta coi cortei del sabato pomeriggio: parecchi di loro  sono poi confluiti in Forza Italia e dintorni.  Ma venivano anche ex di Nomadelfia e  obiettori di coscienza (allora era reato) come Giuseppe Gozzini.

Poi io passai dall’altra parte dell’industria del libro, cioè alla produzione. Mantenni i contatti e l’amicizia con Camillo e Lucia, ma persi di vista padre Davide, finché alla fine degli anni Ottanta mi venne in mente di proporgli, per la Rizzoli, una raccolta di tutte le sue poesie, o almeno un’ampia antologia: ne uscì (1990) un volumone di più di 700 pagine, O sensi miei, con introduzioni di Zanzotto ed Erba, e una nota filologica di Giorgio Luzzi. Fu così che ripresi a frequentarlo: la malattia, un cancro al pancreas scoperto nel 1989 in fase già avanzata, lo stava scavando da dentro e lo trasformava.
Non che fosse diventato diverso, o che dicesse cose diverse: era come se le sue parole, identiche a quelle di prima, avessero però subìto una torsione semantica, si fossero denudate in un certo senso, acquisendo lo stigma dell’autenticità estrema. E’ come quando scopri un livello diverso di realtà nelle cose che vedi: restano sempre quelle, ma nello stesso tempo è come se ti si aprisse la loro forma segreta, la sostanza di cui sono fatte, la loro storia e insieme la loro essenza.
Quando dalla Rizzoli passai alla Garzanti padre Davide con me pubblicò le sue due ultime raccolte poetiche, stupende: Canti ultimi (1991) e  Mie notti con Qohelet (con Lungo i fiumi, la traduzione dei Salmi commentati da Ravasi, forse le sue cose più belle, in campo poetico).
Ricordo l’ultima volta che lo vidi. Era un sabato pomeriggio d’inverno (morì la notte tra il lunedì e il martedì). Ero andato a trovarlo in ospedale per fargli vedere le seconde bozze dell’ultimo suo libro, Mie notti con Qohelet. Era con lui Elena Landolfi Negrini, un’ amica di sempre, che nella malattia non lo lasciò mai. Lui soffriva molto, nonostante la terapia antidolore. Finito di guardare le bozze (ma ripeteva: “Fai tu, fai tu”) insistette per accompagnarmi all’ascensore; ma a metà di un corridoio lungo e buio dovette sedersi su uno sgabello,  si lamentava, chiedendo di fare qualcosa,  diceva che aveva male, che gli venivano “i pensieri cattivi” (intendeva con ciò la tentazione di uccidersi). Un gigante ridotto a pelle e ossa, giallo, con lo sguardo da bambino stupefatto per ciò che gli stava accadendo, il vocione ridotto a un sospiro roco. Lo riaccompagnammo in stanza, lo facemmo sedere sul letto, Elena seduta accanto a lui che gli accarezzava la nuca, io accoccolato per terra che gli accarezzavo le ginocchia. A pensarci dopo, mi venne in mente Sussurri e grida, di Ingmar Bergman. Nonostante i miei sforzi, il libro uscì postumo.

Gianandrea Piccioli

Dopo Pasqua

Quest’anno, per il corso magistrale di Storia dell’Età del Rinascimento ho scelto un argomento molto singolare: gli intellettuali italiani del Cinquecento sospesi fra la cultura umanistica e la diffusione delle idee protestanti. La dicitura “Storia dell’Età del Rinascimento” consente, in effetti, un’interpretazione assai ampia nella quale può legittimamente stare di tutto. Di Claudia…

Quest’anno, per il corso magistrale di Storia dell’Età del Rinascimento ho scelto un argomento molto singolare: gli intellettuali italiani del Cinquecento sospesi fra la cultura umanistica e la diffusione delle idee protestanti. La dicitura “Storia dell’Età del Rinascimento” consente, in effetti, un’interpretazione assai ampia nella quale può legittimamente stare di tutto. E personalmente l’ho sempre declinata un po’ così, a cavallo fra la storia della cultura e la storia religiosa, anche perché questi due aspetti sono in quell’epoca connessi in modo inestricabile.

Si tratta di figure di grande interesse anche per la nostra contemporaneità: una élite intellettuale, uomini dotati di una cultura classica latina e greca di elevato livello, molto spesso ecclesiastici attentissimi ai guai della Chiesa del tempo, solleciti alla necessità di riformarla con urgenza e, per ciò stesso, molto sensibili alle ‘proposte’ che in materia stavano arrivando dal mondo riformato europeo. Lettori di Lutero, Melantone, Zwingli, Butzer, nel momento in cui la Chiesa di Roma decise – in attesa di un Concilio che non prendeva mai forma – di cominciare a porre mano agli aspetti dottrinali della questione con la riorganizzazione  – o meglio rifondazione – della Inquisizione medievale, molti di essi si misero in salvo lasciando la Penisola italiana e andando ad ingrossare il numero di quelli che vennero chiamati esuli Religionis causa.
La maggior parte di loro, come si è detto, era costituita da uomini di chiesa: religiosi ma anche preti, vescovi – come Pietro Paolo Vergerio -, superiori generali di ordini religiosi – come Bernardino Ochino per i Cappuccini: e l’abbandono dell’abito religioso, del proprio ordine, il ‘passare al nemico’, sposandosi e aderendo a nuove Chiese alla ricerca di un ideale ben difficile da trovare, fu ovviamente per i contemporanei cattolici motivo di scandalo, anzi di un vero e proprio shock…

Ma erano anche, come si è detto, uomini dalla grande cultura umanistica, lettori, molto prima che degli scritti di Martin Lutero, di Valla, Bruni e Bracciolini, degli umanisti italiani del 400, di Erasmo e More… e al tesoro della cultura classica, a questa formazione di fatto ‘laica’, dovevano una grandissima fiducia nell’uomo, nelle sue capacità di agire, di discernere il bene dal male, di operare positivamente nel mondo, di plasmarlo sino a ‘rinnovarlo’… la società come pure la Chiesa… Furono, dunque, a fianco dei Riformati nella loro ‘protesta’ contro Roma: ma si trovarono ben presto a disagio all’interno di Chiese nuove sì nella teologia e anche nella struttura, ma pur sempre istituzioni che presto misero a punto  censure, diverse ma sempre pesantissime, e nelle quali la ‘libertà del cristiano’ proclamata all’inizio contro Roma venne poi di fatto nuovamente negata. Furono quindi esuli per il mondo cattolico, ma incapaci sovente di integrarsi pienamente in quello protestante: eretici, in una parola, per tutti… a disagio e perseguitati ovunque…

Una categoria, quella della “eresia” e della sua grande ‘dignità’ – anzi del suo fecondissimo ‘senso’ – inventata da un grande storico del 900 – Delio Cantimori, maestro si può dire di tutti noi studiosi italiani del Cinquecento religioso – per spiegare le motivazioni, almeno intellettuali, che avevano impedito alla Riforma di attecchire in Italia: ‘colpa’, diciamo così, della nostra cultura classica, che aveva fatto da ‘antidoto’ alla predestinazione protestante, ad una visione negativa dell’uomo, un peccatore che, privo della copertura del manto della Grazia, può solo reiterare all’infinito la sua colpa e andare verso una condanna senza speranza… Una tesi che è stata soggetta a ‘revisioni’, non sempre però del tutto convincenti.

Riproporre ai miei studenti magistrali tutto ciò è stato bellissimo. Sono stati affascinati dalla straordinaria vicenda di vite interamente dedicate alla ricerca di Dio, anche a costo di lasciare tutto: famiglia di origine, ordini religiosi, beni, affetti, potere, carriere ben incamminate. Rileggere insieme le loro riflessioni – così straordinariamente attuali e così credibili perché frutto di sofferenza personale – sul montare dell’intolleranza nell’Europa del tempo, sulla violenza contro chi non la pensa come te, violenza prima verbale ma ben presto fisica nei massacri e nelle guerre in cui ci si truciderà per ‘difendere’ ognuno la propria visione di Dio, ha fatto credo bene a tutti. La lucidità delle ragioni con le quali nei loro scritti si difendeva il rispetto dovuto a ogni creatura umana semplicemente perché “fatta a immagine e somiglianza di Dio”; infine, il contributo – importantissimo – dato all’elaborazione del concetto di ‘tolleranza’ e dunque di libertà di coscienza ci ha fatto riflettere su valori messi in forse anche oggi: quando parliamo della dimensione violenta e integralista dell’Islam del presente dovremmo ricordarci che la nostra maggiore apertura – faticosa e mai scontata – è  frutto dell’esperienza di orrori, violenze, lacrime e sangue copioso…

Per me, è stato come tornare alle ‘origini’ della mia personale ricerca di senso, culturale non meno che religioso: alle motivazioni della scelta di restare in Università e di continuare nella ricerca e, insieme, all’inizio di un percorso adulto di riscoperta della fede. Il lavoro di scavo di questi uomini sui testi sacri mi ha spinta a prenderli in mano forse capendoli veramente per la prima volta: e del loro messaggio, semplice ma così vivo, vissuto e affascinante mi sono davvero ‘innamorata’…  Niente ‘chiesa’ come istituzione, niente teologia ma una sequela di Cristo autentica quanto sobria, tutta basata sul valore etico della coerenza personale, coerenza senza sconti, forte e sublime insieme, tanto da rendere ‘simili’ a Cristo…

Infatti, una delle caratteristiche di questi eretici era mirare a una fede molto semplificata e anche specialmente umana… Erano, come si diceva allora, degli antitrinitari, ossia negavano la consistenza divina della seconda Persona della Trinità… La negavano perché la ritenevano priva di una seria base scritturale ma anche perché frutto di interpolazioni filosofiche e della mediazione scolastica di Tommaso d’Aquino, che nessuna vera attinenza pensavano avesse con la ‘buona novella’. Del resto, l’idea che un Dio – Creatore e Onnipotente – potesse davvero nascere – sia pure in un modo in origine straordinario – nel grembo di una ragazzina di nessun conto, in uno sconosciutissimo villaggio di un paese poverissimo e in un punto qualunque della storia umana, e che poi vivesse nascostamente quasi tutta la sua vita, soggetto ai suoi genitori, facendo probabilmente il falegname e senza lasciare di sé traccia alcuna per circa trent’anni, per finire poi in croce come uno schiavo, è una storia così incredibile e scandalosa da aver immediatamente suscitato sin dai primissimi secoli riserve sostanziali presto bollate come ‘eresie’: appunto.  Avrà fatto ‘finta’ Gesù di essere inchiodato alla croce? Una cosa simile agli antichi Dei che ogni tanto ‘prendevano a prestito’ le sembianze di qualcuno?

In realtà, l’antitrinitarismo cinquecentesco mostra sfumature diverse. E negare la divinità di Cristo non significava affatto sminuirne l’esempio, che rimane un esempio umano sì, ma così sublime da diventare ‘divino’. Cristo è insomma un uomo così speciale da essere davvero il Figlio prediletto. Aveva detto Matteo: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt, 5, 48). Una assurdità? No, come dimostra Gesù il Nazareno, aprendo quindi per tutti quelli che sono disposti a mettersi alla sua sequela, la possibilità di divenire similmente  ‘divini’.  Si tratta, in altre parole di un’applicazione ‘radicale’ dell’ottimismo umanistico: la ‘radice’ divina della creazione -l’uomo plasmato a somiglianza di Dio stesso- consente la salvezza a tutti quelli che, indipendentemente dal tempo e dal luogo in cui sono vissuti, hanno ascoltato la voce interiore che li ha guidati al ‘bene’… “Santo Socrate, prega per noi” diceva Erasmo: ed era una bestemmia che gli costò la condanna all’Indice in campo cattolico e la damnatio memoriae in quello protestante.  A venticinque anni, tutto ciò mi aveva affascinata e anche aiutata in concreto a rimettermi in cammino alla ricerca di Dio.

Moltissimi anni dopo, non ho potuto non valutare la ‘distanza’ non solo temporale da allora, anche grazie a quel Peregrinus che è capace di farci riflettere in modo sempre utile. Sì, è vero, nel cristianesimo esiste, di base, una prospettiva ‘umana’, come sostenevano credo con ragione i miei ‘eretici’ -ma anche mio padre e molti tra i miei amici e colleghi-, nel senso che l’imprinting divino originario, il soffio che ha ‘animato’ l’uomo secondo il racconto di Genesi, è dato a tutte le creature di ogni tempo e luogo. Sicché, possiamo dire che, come sosteneva Karl Rahner, ogni uomo sia un “cristiano anonimo”? So molto bene che questa etichetta – la stessa che consente per esempio al nostro attuale vescovo di asserire che nessuno è e può essere ‘estraneo’ alla cura della Chiesa – irrita moltissimo gli amici che ritengono sia loro diritto proclamarsi del tutto esterni ed eccentrici rispetto a questo abbraccio…

Tuttavia, si tratta di un orizzonte che, se interpretato non in modo arrogante, è in realtà acuto e corretto: lascia libertà, interpella la responsabilità personale, esalta i migliori valori umani… Solo umani? Ecco, qui non sono così sicura… Amare il nemico, porgere la guancia, percorrere volontariamente un tratto di strada con chi pensa a te in termini negativi, liberarsi del mantello che hai in più se ti viene chiesto, smussare le liti prima di arrivare al giudice è la esemplificazione concreta delle ‘beatitudini’: pace, misericordia, giustizia, eguaglianza… di cui occorre avere “fame e sete” e su cui bisogna scommettere sino a pagare un conto salatissimo, sino a dare la vita… Uno stile di vita che è quello che, in realtà, Dio in persona ‘bene-dice’ -complimentandosi con l’uomo, come ci diceva p. Francesco Rossi-; lo stesso sul quale sarà espresso il giudizio finale di Matteo 25, 31-46.

E sappiamo bene che tutto questo non è uno scherzo: infatti, dopo duemila anni di Cristianesimo a che punto siamo? E perché, però? Perché questa “piaga” che non si risana mai, questo male che si perpetua senza fine nella storia umana? Perché queste “tenebre” sempre incombenti su di noi, perché tante croci infinite che si consumano ogni giorno nella violenza, nella sopraffazione, nelle ingiustizie commesse a carico di tante vite violate e sfruttate, di tante dignità calpestate, di tante povertà e miserie di ogni genere?

Perché non ce la facciamo proprio, Signore?  “Signore, perché mi hai abbandonato” risponde Gesù dalla sua Croce… E pronuncia certo parole umane, ma dice anche il suo dramma come Dio che, nel rispetto della libertà dell’uomo e di tutte le ‘possibilità’ del Creato, sa molto bene che il Male esiste, eccome… Ne ha, del resto, sperimentato lui stesso la potenza: come seduzione nel deserto e come ultima tentazione, scendere dalla Croce… La ‘debolezza’ di Dio, allora?

“Sì mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”: così pregava, da Auschwitz, Hetty Hillesum…

Oggi, ricordo delle Stimmate e ricorrenza della festa speciale dei nostri Padri, le letture proponevano, fra l’altro, il notissimo brano dell’incredulo Tommaso… e p. Lidio ci ha lasciato indirizzandoci verso le ‘ferite’ di Gesù e invitandoci a “nasconderci” in esse. Ha citato il suo Fondatore: queste ferite sono le fessure del Cantico del Cantici -diceva-, nelle quali all’anima è possibile, come la colomba del Cantico alla ricerca del suo Innamorato, trovare riparo, amore, gioia, completamento, salvezza, vita…  Ecco, ho pensato, se fossi stata al posto di questo Tommaso -e probabilmente lo sono- avrei forse fatto anch’io la mia professione di fede, ma certamente non avrei avuto il coraggio di mettere il mio dito, e meno che meno la mia mano, in queste ‘piaghe’…  Anno dopo anno, il Venerdì Santo, mi ripeto che meditare davvero la Passione di Cristo, Dio incarnato e morto per amore, e capirla sino in fondo è un dono speciale, una grazia particolarissima che non mi è stata donata…

Ma il senso di vuoto che mi coglie sempre a questo pensiero si colma almeno un poco all’idea che, forse, alla “frase musicale non conclusa” che dalla Croce continua a diffondersi nel mondo possa almeno aggiungersi qualche altro accordo ogni volta che un uomo o una donna, anche nella più normale quotidianità, riescono a contrastare la presenza del male vicino a loro, dando così il proprio contributo alla costruzione dei “cieli nuovi e terra nuova” che già stanno crescendo fra noi, nascostamente, ora e oggi…

Sì, nel luogo misterioso abitato dalla Trinità, noi non sappiamo bene come siano quel Padre e quello Spirito cui da millenni tentiamo di dare un volto ricorrendo ai nostri umanissimi parametri, ma di una cosa sono (quasi) sicura, anche se posso intuirne solo in modo confuso lo spessore: che il Figlio ha sembianze umane… E che porta per sempre nello splendore della Trinità i segni del suo martirio…

Claudia

Milano, 19 aprile 2012

Pasqua

“Ma se non vi è resurrezione dei morti, neppure Cristo è stato resuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la nostra fede.” (1 Cor., 15, 13-14). Non è la sola affermazione di Paolo che lascia perplesso un diversamente credente come me… di Peregrinus

“Ma se non vi è resurrezione dei morti, neppure Cristo è stato resuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la nostra fede.” (1 Cor., 15, 13-14).   Non è la sola affermazione di Paolo che lascia perplesso un diversamente credente come me.  Anche poco più avanti, nella stessa lettera (42-44), c’è una contrapposizione fra corpo naturale (o, secondo altre versioni, animale) e corpo spirituale che sembrerebbe di stampo platonico là dove il corpo naturale viene definito “corruttibile, ignobile, debole” in confronto a quello spirituale “incorruttibile, glorioso, potente”. Contrapposizione che è difficile condividere nel suo senso profondo (la lettera è ovvia),  sia per le conseguenze ideologiche che ha avuto nella storia della cristianesimo, con tutto il disprezzo per la corporeità e spiritualismi moralistici al seguito, sia perché, se resurrezione può esserci, la si vorrebbe davvero anche dell’ ignobile carne: noi siamo il nostro corpo, Gesù di Nazareth ha sofferto col nostro corpo, noi amiamo col nostro corpo e col nostro corpo percepiamo. Senza di esso anche il Sé più segreto di ognuno di noi, la coscienza, lo spirito, l’anima o comunque si voglia chiamare l’etereo prodotto dei circuiti neuronali, non ci sarebbe. Ma speculare su tutto ciò è peccato, come dicevano gli antichi maestri (“Meglio non essere nato che indagare ciò che sta sopra, ciò che sta sotto, ciò che sta prima, ciò che sta dopo”), e Paolo forse lo faceva in polemica coi Sadducei, che negavano la resurrezione dei corpi, o con qualche fedele di Corinto vicino ai Sadducei (si era più pluralisti, allora, e si litigava eccome nella chiesa delle origini).

Resta però il collegamento fra la fede e la resurrezione di Gesù di Nazareth, dagli evangelisti glorificato ormai come Messia. E’ davvero così centrale per seguire e amare Gesù, così imprescindibile, credere anche nella sua resurrezione? Oggi almeno, non è più importante sentirlo vicino, sia pure in modo misterioso e intermittente, come sentiamo vicini, spesso, i nostri cari defunti? Riconoscerlo vivo in quegli ultimi da lui tanto amati? Interpretare i segni del tempo alla luce della sua vita?

Non penso che occorra il trionfalismo della tradizione pasquale per capire che quel carpentiere di Nazareth, un nato di donna, un figlio dell’uomo, appunto, aveva una relazione speciale col Mistero divino. E  tradusse questa relazione speciale nel combattere le false immagini della religione (non a caso fu condannato dai sacerdoti) e nel parteciparsi a tutti i bisognosi, in particolare agli ultimi, i privi di diritti, come troppi ancor oggi, e sempre, fra noi. E ci donò, senza imporlo ma morendo per esso, un modello di vita che innalza a livello divino chi vuole (e riesce a: è qui il peccato) seguirlo. Quella relazione speciale marchiò a fuoco i suoi discepoli e segna tuttora chi si accosta al Secondo Testamento.

Allora come possiamo leggere oggi l’evento pasquale? Solo come una metafora del rinnovamento? Un invito a rinascere, a liberarsi dal giogo del passato? Un’ affermazione comunque della priorità della vita sulla morte?  Certo nella Pasqua c’è tutto questo.

Ma io credo ci sia anche dell’altro.

Innanzi tutto la Pasqua è il momento in cui fede speranza e carità coincidono. Dopo lo smacco della morte di Gesù nasce la fede nei discepoli e con essa la speranza che la morte non annichili tutto; con la fede e la speranza lo slancio missionario e oblativo: non si ritirano nel deserto, non si separano dal mondo, peregrinano instancabili come il Maestro e vivono il loro tempo fino in fondo ma senza farsene complici. Mi pare un ammaestramento grandissimo.

La Pasqua è anche  l’occasione di riconsiderarsi davanti alla prospettiva della morte, che ci riassume e ci definisce: ma proprio per questo, nell’accettazione della finitezza, acquisiamo esistenzialmente la libertà di aprirci al futuro e al dischiudersi delle possibilità.

Ma soprattutto la Pasqua è la cifra del rapporto fra vita e morte. Nella festa pasquale così come generalmente proposta avverto una certa indiscrezione, un’esuberanza che ottunde il confronto col nocciolo duro delle nostre vite, la morte appunto. Potrei dire che nella celebrazione tradizionale della Pasqua vedo poca serenità conquistata e asciutta e troppa esaltazione glorificante e sontuosa, parlando in termini di storia culturale: carenza di stoicismo ed eccesso di barocchismo. Si rischia così di velare la fatica di vivere, la paziente conquista, giorno per giorno, di uno spazio di vita da sottrarre alla morte, a uno dei tanti tipi di morte che ci assediano. La resurrezione dovrebbe insegnarci pazienza e tenacia. Quella pazienza e tenacia che un grande poeta morto da poco, Elio Pagliarani, celebrava: “Quanto di morte noi circonda e quanto / tocca mutarne in vita per esistere / è diamante sul vetro, svolgimento / concreto d’uomo, in storia che resiste / solo vivo scarnendosi al suo tempo.”

Peregrinus

Venerdì santo

uel grido e quelle tenebre sono la malattia del mondo e dell’uomo. Il grido lanciato da quel legno conficcato sulla collina del Golgota si propaga a onde concentriche e si perde nell’infinito… di Peregrinus

“Gesù, emesso un gran grido, emise lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo.” (Mc, 15, 37 – 38)

“Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. E Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio’. Detto questo spirò.” (Lc 23, 44-46)

“Dall’ora sesta si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lamà sabactàni?’, cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt, 45-46)  “E Gesù, avendo di nuovo gridato a gran voce, rese lo spirito.  Ed ecco la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono.” (Mt, 50-51)

Quel grido e quelle tenebre sono la malattia del mondo e dell’uomo. Il grido lanciato da quel legno conficcato sulla collina del Golgota si propaga a onde concentriche e si perde nell’infinito. La presenza di quella croce  è ancora  in mezzo a noi, e ci resterà finché ci saranno vittime innocenti, corpi contorti sotto la tortura, urla di agonia negli ospedali, nelle carceri, nelle savane, umiliazioni, dignità spezzate, sopraffazioni… Quel grido si ripete milioni di volte, ogni giorno, ogni istante nel mondo. E’ il grido che lacera il velo sacro delle religioni e oscura l’azzurro del cielo di Pasqua. A quell’uomo appeso che nella sua disperazione, prima di affidarglisi in un atto di estrema rassegnazione, rimprovera il Padre con le parole del salmo, a quell’uomo siamo appesi tutti noi, e con noi gli altri animali non umani e la natura, la creazione tutta, che “geme ed è in travaglio” (Rom., 8, 22)  e “aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio” (Rom., 8, 19).

Quel grido e quelle tenebre, quella croce,  sono una malattia che nemmeno la Pasqua può guarire. Dopo quella croce la storia dell’uomo è solo una lunga convalescenza senza fine: la memoria del fatto è più forte della speranza, che, quando c’è, resta sempre come in sospeso: una frase musicale non conclusa.

Però la ferita, la piaga che non si risana ci dà la consapevolezza della colpa, meglio: della nostra inadeguatezza, meglio: della sproporzione senza misura. E questa sproporzione ci apre alla responsabilità. E’ la “cosa stessa” della croce, la sua consistenza rocciosa, se così si può dire, che ci appella a una risposta, a corrispondere all’evento del Golgota, a cercare di essere alla sua altezza. L’insufficienza della nostra risposta postula la necessità di un supplemento che può essere solo trascendente.

Personalmente per amare Gesù non ho bisogno di credere alla sua resurrezione, così come per credere alla Trascendenza non ho bisogno di credere in un Dio personale e onnipotente, giudice supremo. Mi basta sapere che l’uomo di Nazareth, parlando della divinità, ha detto cose “divine”, non deducibili altrimenti, e cioè che essa è benevola, quindi che il tutto ha, o avrà, un senso, anche se a noi ora sfugge; anzi, è più che benevola, è amorevole come un padre (nel Primo Testamento la relazione fra uomo e Dio è contrattuale, non familiare: la paternità sarà solo adottiva, e anche nel Padre Nostro è così: Dio sceglie l’uomo, con tutto ciò che questa elezione comporta di coinvolgimento e condivisione). Quindi da Gesù apprendiamo che quell’ Essere ultimo che chiamiamo Dio è padre, come quello del figliol prodigo, che da lui, come il profumo da un fiore, promana uno spirito che volge comunque il mondo al bene e che la carità è la cifra dell’universo. E queste cose  ha certificato non con parole dottrinarie ma con la sua vita e la sua morte, col suo modo di vivere e di morire.  Gesù è stato conforme a quello che lui stesso aveva percepito della divinità.

Ecco perché Gesù è via, verità, vita. Perché in lui si incarna la pienezza dell’uomo. Una pienezza che però si raggiunge solo attraverso la spoliazione e l’apertura all’altro da sé. E’ la kénosis, quello “svuotamento” di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi (2,7), una delle parole chiave della teologia di Bonhoeffer e, più recentemente in Italia, del pensiero di Vattimo. L’incarnazione di Gesù come discesa di Dio nella storia e nella contingenza (anni fa i teologi della “morte di Dio” dicevano che Dio era morto in Gesù Cristo) e come assunzione senza riserve della realtà mondana. L’apparente paradosso di un Dio immanente: la “divinità” di Gesù che è tale in quanto condivisione dell’umanità, un essere-per-l’altro fino al dono totale della vita.

Peregrinus

QUARESIMA E… ALTRO

“Già da molti anni… Combray… non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere… un po’ di tè… mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati «madelaine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia… Macchinalmente… portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «madelaine». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii… Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa… Donde m’era potuta venire quella gioia violenta?… Bevo un secondo sorso… un terzo… Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo… E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l’evidenza della sua felicità, e della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva… E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «madelaine» che la domenica mattina a Combray… quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio”.

Il brano, famosissimo, è tolto da Du côté de chez Swann di Michel Proust e racconta un’esperienza in realtà molto comune: un ricordo dell’infanzia – una infanzia resa felice dalla toelette du souvenir che inevitabilmente operiamo su di essa – che si è stampato indelebilmente nelle nostre menti, e che un suono, una immagine, in questo caso un sapore – o meglio una miscela di sapori – fanno riaffiorare all’improvviso…

È accaduto tante volte, e credo a ognuno di noi… Un odore, un profumo che viene da lontano e richiama alla mente qualche scampolo del passato: e non solo per la vita di casa… Rammento il mandarino, simbolo di un Natale antico, povero ma felice, mescolato alla resina dell’abete (vero); il crisantemo dolciastro e la visita a chi ci ha lasciato – ma non è poi così lontano; i fiori di pesco, le uova sode dipinte, le erbe amare di campo e soprattutto lo scampanio festoso della Pasqua: l’unica nonna che ho conosciuto mi raccontava che dal pomeriggio del venerdì santo tutte le campane tacevano perché volavano… a Roma!… ma tornavano la notte del sabato, giusto in tempo per sciogliersi in una sonora e gioiosa testimonianza che la morte era stata vinta!… Sarà per questo che le nostre chiese si riempiono improvvisamente la notte di Natale, ai Morti e alle Palme? Sarà forse il riaffiorare dell’infanzia a guidare la gente in chiesa in quelle occasioni?

Personalmente, non ho, invece, ricordi particolari del periodo della Quaresima, tolti forse il merluzzo a bagno cui bisognava cambiare sovente l’acqua, e la fame dei venerdì di digiuno: ma com’è che proprio quel giorno lì si sognavano tanti cibi succulenti?

Chissà, forse dipende dal fatto che in casa coesistevano pensieri molto diversi circa la fede… Papà era molto laico, ma anche uomo di forti valori civili e di un rigore morale vissuto con semplicità e naturalezza. Mamma invece no: era una donna intelligente e colta, con una religiosità profonda e realmente attenta alla dimensione umana di chi le stava davanti, pronta a rispettare chiunque e coglierne le migliori qualità… Altrimenti, come avrebbero potuto amarsi e stare insieme, del resto?

Papà non faceva obiezioni circa l’educazione di noi figli: credo però che la mamma cercasse di non ‘esagerare’… Sarà forse per questo che la Quaresima non teneva troppo la scena… Comunque, ben presto mi sono fatta tante domande: ma perché un papà così caro non mostrava precisamente di appassionarsi alle cose ‘di chiesa’? Crescendo poi i dubbi diventavano anche più forti… Quanto interesse per la cultura, la filosofia, la storia, ma anche la parte scientifica degli studi liceali, con le loro domande impertinenti e la loro prospettiva ‘laica’… Fanno del male i dubbi? Io credo proprio di no: e penso che, al contrario, sia così che si possa formare un credente adulto, che non ha timore di confrontarsi con la cultura del suo tempo, quale che essa sia; che non ha paura dei possibili suoi nodi, ma li accoglie e li prende sul serio, cercando piuttosto di capire come scioglierli e superarli…

Per me è stato così, e non potrei dirlo se non avessi vissuto tutto ciò in prima persona: ho scelto di iscrivermi in Statale, anche se abitavo vicino alla Cattolica, e sono stati anni convulsi, complicati e difficili… ma bellissimi e, in quell’ambiente allora davvero laicamente durissimo, la mia fede, sia pure faticosamente, è cresciuta pian piano e si è approfondita; e mi pare di avere iniziato almeno a intuire alcune cose.

Che il Signore non cessa di ‘stare alla porta’ del nostro cuore aspettando che noi ce ne accorgiamo. Che per accorgercene ci vuole però la capacità di un vero silenzio interiore: il nostro Dio non è uno che si imponga con la forza di sicuro… Che la fede è un dono, ma anche una ricerca in-finita, mai finita e appassionata… Ed è vero che, alla fine, “chi cerca trova”… Che la pretesa di racchiudere Dio nei nostri schemi e ‘possederlo’ è assurda e impossibile: non è ancora, forse, la vecchia storia dell’albero del bene e del male, e della mela? Si mangia e si è simili a Dio, o, piuttosto, ‘indipendenti’ da lui: sembra così facile… Che questa ricerca, poi, molto difficilmente si compie in completa solitudine… perché la proposta cristiana non è ‘filosofica’, e il messaggio è stato affidato a un gruppo di uomini e donne semplici, comunissimi e anche poco coerenti -sino alla vendita per 30 denari di Gesù-, cioè a una comunità in cui, proprio come nella nostra di oggi, piccola o grande che sia, ci sono mille difetti, incoerenze, piccinerie, ripicche, anche -chissà- tradimenti… e che questi difetti sono proprio i miei e i nostri…

Tuttavia, alla fine mi sono chiesta: ma schermarmi dietro il fatto che la Chiesa faccia così spesso acqua e che la famosa barca rischi sempre di incagliarsi da qualche parte in che cosa può giovare, alla fine, a me stessa e alla mia personale ricerca di senso?  Sì, la Chiesa -in ogni tempo- è sempre meretrix e quindi semper reformanda. E quanto mi ha fatto e mi fa soffrire questa Chiesa… Ma poi, l’ho imparato a mie spese, fermarsi lì alle volte pare in realtà un alibi, o forse un atteggiamento dettato dalla paura di impegnarsi, dal timore di essere ‘catturati’ da questo Dio che chiede l’umiltà di non contare solo sulla propria intelligenza e cultura, e neppure solo su di sé… No no, il cammino va fatto insieme, con quella gente lì con cui sembra magari, in prima battuta, difficile capirsi e stare: e ha senso, come ho scoperto, allinearsi, aspettarsi, accogliere. Per essere accolti, capiti, sostenuti… E la Chiesa, alla fine, è una cosa molto seria e ogni generazione di credenti, sin dall’origine e compresa la nostra, ha sempre avuto e ha sufficienti santi e martiri per impedire alla ‘barca’ di Pietro di affondare… ma, forse, noi e io, non apparteniamo né agli uni né agli altri…

Sono molto grata a questa comunità che in tanti anni mi ha consentito proprio questo: di capire meglio me stessa e di dare un senso un poco più completo alla mia sempre traballante fede… E sono molto grata anche per questo richiamo ad andare in profondità nel percorso che ci separa dalla Pasqua; perché dovremmo provare timore o fastidio nel sentire pronunciare fra le nostre mura ciò che tanto largamente si pensa e si dice fuori dalle porte delle nostre comunità? Forse che non saperlo o mimetizzarlo potrebbe risolvere il problema? E, soprattutto, renderci più capaci di “rendere ragione della speranza che è in noi”?

No, non è questione di qualche segno esteriore, la Quaresima, e neppure di una rinuncia, piccola o grande che sia… E allora ho chiesto aiuto a una clarissa davvero molto speciale con la quale sono da tempo in contatto, e le ho posto questa domanda: “ma, per te, cos’è la Quaresima?”

E la risposta è stata questa…

Quaresima: la penso come la “parabola” della vita. Un tempo forte perché copre le grandi domande sul senso dell’esistenza e ci provoca a una risposta che sia colma di senso. Forte per il dono che “contiene”: l’amore unico del nostro Dio. Forte per la decisione che ci chiede: accoglienza di quell’amore, possibilità di esserne resi partecipi per vivere la misura del divino che è in noi. Amore unico, amore crocifisso, che fa della Pasqua “la cifra interpretativa” della vita…

Tempo di consapevolezza: mi rendo conto di chi è il mio Dio e di chi sono io, amato/a, così come sono, da uno che mi ama “da… morire”?

Tempo di ascolto e di discernimento: quali parole e sentimenti abitano il mio cuore, quali pensieri muovono le mie scelte? La sua Parola mi dice la verità delle cose, il volto vero di Dio e il volto vero dell’uomo; le mie parole (le tante voci interiori) rischiano di essere  illusorie o menzognere, via di inciampo…più che strada di libertà. Che spazio do a questa Parola così convincente da far tacere tutte le altre parole e voci? “Nessuno mi ha mai parlato come quest’uomo”…

Tempo di conversione: non solo dal male al bene, ma da uno sguardo miope e limitato a uno sguardo credente, che vede sempre “oltre”, sfidando ciò che ai nostri occhi appare come certissima evidenza….L’altro non è mai, infatti, solo ciò che io vedo di lui: è sempre meglio e di più… E questo vale per tutto e per tutti: per me, per gli altri, per la realtà così come mi sembra…Conversione dalla nostra misura alla sua, che è una ‘non misura’… Conversione che è il “prendere la forma” di quell’amore, imparando ad assumere l’ambivalenza della vita, che è luogo di convivenza di opposti, aspro e consolante al tempo stesso: siamo fatti di terra e di cielo, abitati da luci e da ombre, da “angeli e fiere”…, amore e dolore, lotta e  resa, capaci di intimità e continuamente tentati…

Tempo di resa e di decisione. A quale amore mi arrendo? E di quale voglio essere segno? Quale Dio voglio seguire e quale uomo voglio imparare a essere?

Il senso ultimo? Credere all’Amore, accoglierlo, farlo crescere in noi, farne dono a tutti.

Buona continuazione della Quaresima a tutti…

Claudia e sr. Chiara Serena

QUARESIMA

Quand’ero piccolo la Quaresima era un periodo penitenziale al seguito del grande ciclo delle feste di Natale che per me, in una inconsapevole mescolanza di sacro e profano, trovava la sua vera conclusione col Martedì Grasso. Poi, ex abrupto, veniva il Mercoledì delle Ceneri, col prete che ti cospargeva il capo con un pizzico di cenere benedetta, richiamo al nostro destino di ritorno alla polvere. Durante la Quaresima si praticavano astinenze e digiuni parziali al venerdì, si facevano fioretti (erano buoni propositi da mantenere per un certo lasso di tempo, nella speranza che diventassero abitudini. Ricordo che ne facevo anche di truffaldini, tipo: “Prometto che non picchio più Saccomanni”, un compagno che mi stava antipatico), si recitavano con maggior fervore le preghiere (come se quella fosse una pratica di penitenza!), si meditava sulla passione e morte di Gesù “morto per i nostri peccati”.  Ricordo anche che già allora non capivo perché Dio, per perdonare me, dovesse sacrificare suo figlio, mi sembrava un comportamento crudele e vendicativo, simile più a quello di Saturno che a quello del papà del figliol prodigo.

Col tempo compresi che quella era solo una delle tante incongruenze di una dottrina che, stratificatasi nei secoli, cercava di tenere insieme concetti e teorie storicamente condizionati e contraddittori. E che oggi possiamo solo interpretare i dogmi e le cosiddette “verità” di questo insegnamento secolare come grandi metafore della condizione umana e allusioni al Mistero di Dio.

Oggi i digiuni si praticano o per autentica povertà (ma allora si chiamano “inedia”, e si muore) o per eccesso di cibo (ma allora si chiamano eufemisticamente “diete”); i buoni propositi si fanno a Capodanno e non durano fino all’Epifania; le preghiere, per la maggior parte anche di coloro che si dichiarano cattolici, si recitano ai funerali e ai matrimoni, quando va bene qualche salmo, un Pater noster la sera…

Eppure la Quaresima ha ancora molto da dirci. E’ un richiamo all’esperienza del limite, quindi alla finitezza, all’umiltà, all’arte del contenimento di sé. La cenere ne è l’espressione concreta e come tutte le altre pratiche di un tempo evidenzia la nostra creaturalità o la nostra dipendenza, se non altro reciproca: siamo animali razionali e bisognosi l’uno dell’altro; e se ce lo dimentichiamo, se pensiamo di poter essere autonomi e ci chiudiamo nella nostra presunta autosufficienza, non riusciamo più a incontrare gli altri e nemmeno le cose: tutto diventa uno specchio che ci rimanda la nostra immagine.

Ma il senso del limite ci rammenta tante altre cose.

Pensiamo all’economia, che sta distruggendo il nostro mondo col dogma della crescita continua. Se riflettiamo sul serio su questi temi, sulle conseguenze sociali e ambientali del capitalismo senza limiti (le abbiamo sotto gli occhi ogni giorno) allora dobbiamo anche trarne le conseguenze politiche, se vogliamo essere minimamente coerenti. Ma siamo sicuri che tutto ciò si accordi poi non dico con la prassi del Vaticano ma semplicemente con le nostre scelte partitiche al momento del voto? Siamo sicuri che certi governi e certe forze politiche si possano conciliare con lo spirito della Quaresima?

Il limite va posto anche al nostro rapporto con la verità. La verità è come la manna nel deserto: la puoi mangiare ma non ne sei padrone. Pensiamo invece alla pretesa che il cattolicesimo istituzionale ha di possedere la Verità. Sì al dialogo con tutti, per carità, lo ha detto anche il Vaticano II, ma poi, sotto sotto, e anche sopra, i pastori troppo spesso si ritengono i citofoni di Dio. Ma se ho la certezza di avere Dio dalla mia, se sono convinto del valore unico del cristianesimo, che senso ha fingere di dialogare con chi, magari, proviene da un’ altra tradizione e venera altri dei? E infatti l’ecumenismo è fermo da anni, e non si riesce a far diventare senso comune l’idea di una verità plurale. Anzi, si condannano i teologi che si aprono al confronto interreligioso, che magari interpretano la dottrina della Trinità non in chiave sostanzialistica o personalistica  ma come espressione di modalità diverse di esperire Dio nella nostra vita.

Questo complesso di superiorità vale anche nel rapporto col mondo secolare. Dov’è il senso del limite nella rivendicazione di “verità non negoziabili”?  E quante son state, nella storia, le “verità non negoziabili” che la Chiesa, le religioni in genere, han poi dovuto smentire?  Con questo non voglio dire che non si debbano avere princìpi saldi e che non si debba cercare di affermarli anche nella società in cui viviamo, non solo nel silenzio della nostra cameretta. Penso soltanto che quando si parla di valori e di morale non siamo mai sul terreno dell’universale (la famosa “legge di natura”!) ma in quello della “biografia”, cioè dell’esperienza personale. Già Pascal diceva “Verità di qua dei Pirenei, errore di là.” E infatti lanciò la scommessa della fede… Ma allora, per di più in un mondo globale, i nostri princìpi debbono essere sottoposti a procedure universalmente accettate, cioè alla discussione pubblica e alla mediazione con chi professa con altrettanta profonda convinzione altri princìpi. Con questo non dico che tutti i princìpi siano egualmente validi; penso però che tutte le nostre affermazioni, anche quelle di valore, abbiano un’origine sociale e culturale. Forse la Quaresima è anche un invito a riconsiderare il tanto deprecato relativismo contemporaneo, a prender coscienza della storicità e della pluralità culturale e che la verità dei valori non è razionalmente o sperimentalmente verificabile.

Son tanti i richiami al limite che la Quaresima ci propone. Ne ho accennati solo alcuni. Vorrei concludere ricordando che il limite è insieme confine e soglia. La Quaresima ci indica il confine; la fede accenna alla soglia, ci incoraggia a oltrepassarla per testimoniare col nostro modo di vivere e senza imposizioni per nessuno ciò che, oltre quella soglia, intravediamo, “come in uno specchio”, del mistero della divinità.

Peregrinus

Che cosa intendiamo quando pronunciamo la parola “Dio”?

L’intestazione corretta dovrebbe essere alla prima persona singolare, poiché ognuno di noi ha una propria personalissima esperienza, e quindi concezione, del “divino”, di ciò che chiamiamo “Dio”; ma sarebbe impropria un’esibizione troppo personalistica. E poi la riflessione che segue esprime anche idee ormai condivise, persino in ambito cattolico.

L’intestazione corretta dovrebbe essere alla prima persona singolare, poiché ognuno di noi ha una propria personalissima esperienza, e quindi concezione, del “divino”, di ciò che chiamiamo “Dio”; ma sarebbe impropria un’esibizione troppo personalistica. E poi la riflessione che segue esprime anche idee ormai condivise, persino in ambito cattolico.

Tutto nasce dal senso della Trascendenza, dalla capacità di percepire, di sentire una forza, “qualcosa” che ci trascina fuori di noi stessi, dall’ossessione dell’autoriferimento, e ci  affida al regno della possibilità, quindi della libertà. Ci cogliamo donati a noi stessi, comprendiamo confusamente che la nostra origine è al di sopra e al di fuori di noi, avvertiamo dei limiti contro i quali nulla possono le nostre categorie intellettuali. Allora consideriamo il mondo e la storia con occhi diversi. Pensiamo che nonostante gli orrori e le crudeltà, anche del regno naturale, l’essere è di per sé positivo, più positivo del non essere; che il tutto è sorretto da una volontà benevola; che l’ assoluta ed enigmatica gratuità della bellezza è segno, cifra di qualcosa che ci oltrepassa; che al momento della nascita l’esistenza stringe un patto con noi e di questo patto ci rende responsabili, nel duplice senso del termine: che dobbiamo onorarlo e che dobbiamo rispondere, assumendo la nostra storicità e facendo accadere nel tempo la verità. Il che vuol dire innanzi tutto che ci sollecita alla ricerca di un senso: non di un fondamento esterno, di una causa lontana del tutto, come voleva la vecchia metafisica. Piuttosto un darsi originario: “La rosa è senza perché; fiorisce poiché fiorisce, / di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista” scriveva il  poeta, cattolico e gesuita, Angelo Silesius nel suo Il pellegrino cherubico. Non ci è dato impadronirci del “perché”, ma possiamo lasciar essere una presenza che ci sfugge e si rivela nel nascondimento.  La Trascendenza è percepita come qualcosa di assolutamente altro da noi e dal mondo ma ci interpella nel mondo rinviando a ciò che è oltre, celato, come il Dio del Primo Testamento che parla “con voce di silenzio sottile” (I Re,19, 12)  o si fa vedere solo di spalle (Es. 33, 23): si dà sottraendosi, si rivela come mistero. La Trascendenza non dà spiegazioni: si dischiude nella “giustezza” di ciò che è, invitandoci a non violare il suo mistero ma a riconoscerla anche quando ci sarebbe più facile negarla o ignorarla.  Ci fa sentire la consapevolezza del mondo, lo spessore della realtà, l’essenza delle cose, ciò che potrebbero essere oltre la loro consistenza empirica. Ci fa sensibili all’incompiutezza e ci dilania con la nostalgia di una pienezza mai vissuta. Pretende che facciamo esistere Dio.

Tutte le religioni sono grandi, o piccoli, sistemi simbolici o mitologici o metaforici che rinviano a ciò che non è altrimenti comprensibile o dicibile. Parti che alludono a un intero. Concretizzazioni storiche dell’ esperienza del Trascendente.  Indici di realtà che restano insondabili. Veicoli di una “verità” già potenzialmente presente in ognuno di noi ma che, come la Bella addormentata, deve essere risvegliata dal bacio del Principe. Uomini di particolare sensibilità, nella nostra tradizione Gesù di Nazareth innanzi tutti, ma anche Paolo o Giovanni, e alcuni grandi santi o gli antichi profeti, nella loro tormentata dimestichezza col Signore, hanno colto delle scintille del “divino” e ce le hanno trasmesse coi loro racconti, come Omero coi viaggi di Ulisse. Certi livelli di realtà solo il simbolo li può dischiudere. E non possono trasmettersi se non in chiave mitica, lo dicevano già Jaspers e Pareyson in polemica con Bultmann.  Le diverse, e a volte contraddittorie, immagini di Dio che percorrono il Primo Testamento confluiscono nel Dio-Amore raccontatoci da Gesù nel Secondo. E questo Dio-Amore è rappresentato nella vita e nella morte di Gesù al punto da potersi dire a buon diritto “incarnato” in lui.

Ma soprattutto l’atteggiamento religioso ha bisogno di concretezza: dobbiamo personificare, antropomorfizzare, usare il nostro linguaggio umano. Difficile altrimenti dialogare con qualcosa che, con il grande Tillich e al suo seguito molti teologi americani, potremmo chiamare la “Realtà Ultima”. O Fondamento dell’essere. O Totalità dell’essere e via astraendo. Abbiamo invece bisogno di chiamare “Padre Nostro” quella che sperimentiamo come una Presenza che ci avvolge e va oltre. Sentiamo il bisogno di collegare a una “persona” che chiamiamo Dio il senso di gratitudine o il nostro senso del finito, anche se poi, in realtà, il riferimento non è molto importante. E’ davvero necessario sapere se Dio esiste realmente o no? In fin dei conti la nostra consapevolezza “creaturale” e il nostro rendimento di grazie ci sarebbero ugualmente anche se lui non esistesse come persona. Pura emotività? Non credo. E’ come la voce della coscienza: viene da dentro ma “sappiamo” che non è la nostra; allo stesso modo sentiamo che il senso di pienezza interiore si espande all’esterno in un trasporto di gratitudine e percepiamo con certezza che non è solo effusività sentimentale ma anche risposta a una condiscendenza amorosa che di per sé  non sarebbe essenziale nominare. Ed è una risposta di tutta la nostra vita, non l’adesione razionale a una “verità” fissata una volta per tutte.

Allo stesso modo, e per fare un solo esempio: ho bisogno della definizione dogmatica della verginità di Maria (secondo una qualifica peraltro diffusa anche in altre religioni, come insegna l’approccio comparativistico) per vedere nella mamma di Gesù un esempio fulgido di coraggio e umiltà, mitezza e riflessività, attenzione agli altri (Cana!) e accettazione consapevole di un destino doloroso? Un ridimensionamento della fisiologia della Madonna non impedisce di continuare a recitare preghiere splendide come l’Ave Maria e la Salve Regina, magari anche in latino, che è così bello e ricco di storia. Così come non impedisce di affidarci alla tenerezza di questa figura femminile che tanta importanza ha avuto, almeno in linea di principio, nel plasmare un ideale di donna unico nella storia del mondo. E di guardare, anche con devozione, le splendide immagini che ci tramandano le arti.

Quello che intendo dire è che in un’epoca in cui la mentalità scientifica è l’a priori, il criterio di verità del nostro orizzonte conoscitivo, in cui è difficile credere nella necessità di un dio e in cui l’esperienza del rapporto col divino è sempre più personale e sempre meno istituzionalizzata, anche dal punto di vista pastorale sarebbe forse opportuno lavorare sull’educazione e lo sviluppo della sensibilità religiosa più che sulla dottrina, i dogmi, i valori non negoziabili, la fissazione sulla legge naturale, le pretese universalistiche e via vaticaneggiando. La sensibilità religiosa è affine a quella estetica, e come questa va educata e coltivata. E come il gusto estetico cresce e si sviluppa attraverso la frequentazione del bello, così il senso religioso si afferma in noi attraverso un’educazione al mistero, alla percezione di quegli sprazzi divini che esso lascia talvolta trapelare. Non possiamo più credere alla lettera dei testi, tanto meno dei documenti ecclesiastici, se non vogliamo vivere un rapporto continuamente conflittuale tra la ragione contemporanea e ciò che crediamo quando diciamo di credere. Temi come la creazione, il peccato originale, il rapporto figlio-padre nella vita del Gesù storico, la resurrezione spirituale o fisica di Gesù, per fare solo qualche esempio, restano inerti se stancamente ripetuti come realtà fattuali, oggettive, cui si deve un assenso diciamo ragionevole. Però possiamo andare oltre e interpretarne piuttosto il senso profondo, cercare di intuire le realtà non empiriche e non intellettualmente controllabili cui i testi alludono. Non dobbiamo domandarci “Che cosa è successo veramente?”, bensì “Che cosa questo significa per me?”: nella fede è importante il senso, non la verità. Solo così, oggi, la Trascendenza può diventare l’orizzonte in cui viviamo.

Peregrinus