Tardo pomeriggio di una domenica del 1985. E’ tutto pronto: i ragazzi del gruppo giovanile hanno già provato il canto, le chitarre sono accordate, le persone adulte hanno preso posto nel salone teatro che un tempo era la chiesa dedicata ai Santi Sposi, c’è un brusio di sottofondo perché tutti sono un po' tesi, qualcuno si alza e va alla porta per vedere se arrivano. Ed eccoli: entrano i Superiori della Congregazione degli Stimmatini e il canto parte: “Chiesa di mattoni: no! Chiesa di persone: sì! Siamo noi, siamo noi!”,  cosa volessimo dire con quel canto mi sembra lampante e palese. Era il nostro modo per manifestare il dissenso sulla decisione presa dai Superiori dell’ordine di rimettere la parrocchia nelle mani della Curia; tutta la trattativa si era svolta più o meno “in segreto” e questo ci aveva dato la sensazione di essere trattati come le pietre o meglio come i mattoni che tengono insieme l’edificio di S. Leone e non come le pietre vive che animano la comunità.

Il nostro canto, la nostra protesta, i passi mossi con la Curia, le parole spese con i Superiori non servirono a nulla e all’inizio di ottobre del 1985 con una solenne celebrazione si concluse la presenza a S. Leone dei Padri Stimmatini. I mesi a seguire non furono facili: lacrime, rimpianti e  confronti  con i nuovi sacerdoti a cui era stata affidata la parrocchia erano all’ordine del giorno e sotto sotto sempre quel fastidio per esserci sentiti mattoni e non carne.

Sono passati trent’anni da quella domenica pomeriggio e ci stiamo preparando a celebrare il 50esimo di consacrazione della parrocchia. Fra gli avvenimenti che il Consiglio pastorale suggerisce di mettere in programma per sottolineare l’evento c’è anche un pellegrinaggio a Santa Croce, la comunità che in qualche modo ci ha generati.  Il suggerimento viene accettato e la macchina dei preparativi si mette in moto: dapprima i due parroci si incontrano, concordano la data: 7 maggio 2016, e ad una commissione formata da alcune persone, fra cui ci sono anch’io, viene dato l’incarico di organizzare e gestire la giornata e così si comincia a lavorare sul progetto, si pensa all’itinerario, alla liturgia che concluderà la giornata e a tutto quanto può servire per rendere bello e accattivante il pellegrinaggio.

Che sarebbe stata una bella giornata, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, Santa ed io lo avevamo capito già un paio di settimane prima del grande evento quando siamo venute in S. Croce per definire il tutto. Il caldo abbraccio di don Lidio, amico dai tempi dei primi C.U.N. Fest, il sorriso dolce di don Franco, la disponibilità e la pazienza di Nunzia e Luisetta nell’accogliere le nostre richieste e i nostri desideri ci hanno fatto capire che certamente le cose sarebbero andate bene.

E così è stato quando il gran giorno è arrivato. Ci ritroviamo sul piazzale della chiesa di san Leone: ci sono i bambini con le loro catechiste e i genitori, i ragazzi più grandi, gli adulti ed anche un bel numero di persone mature, ci si mette tutti in cerchio per iniziare il cammino pregando per ringraziare il Signore per i 50 anni di vita abbondante che ci ha concesso e poi si parte sotto un bel sole caldo che ci accompagna per tutto il cammino. Ci siamo proprio tutti: Marcello che in bicicletta precede il gruppo e fa da apripista, don Dario in testa al gruppo che segna il passo, don Paolo attorniato dai bambini, i piccolissimi nei passeggini spinti ai genitori, gli incaricati della sicurezza con le  pettorine fosforescenti che fermano il traffico  quando il gruppo deve attraversare, Fausto che fa le foto e Mario con la telecamera per le riprese e due vigili urbani in auto che viaggiano a passo d’uomo vegliando sulla nostra incolumità; durante il tragitto più di un negoziante incuriosito si  affaccia sulla soglia del negozio per chiedere chi sono tutte quelle persone che camminano in gruppo e dove stanno andando rimanendo poi sorpreso dalla risposta.

Il pellegrinaggio, si sa, è un tempo di preghiera e di riflessione perciò non possiamo rischiare di dimenticare qualcuno nella nostra invocazione. Arrivati in piazza Gorini ci fermiamo e  mentre qualcuno dei piccoli fa merenda i grandi recitano un salmo ricordando e affidando al Padre i malati ricoverati nei due ospedali che abbiamo appena superato e poi si riparte per l’ultimo tratto di strada che ci porterà alla nostra meta. E’ tanta la voglia di arrivare che siamo persino in anticipo sulla tabella di marcia e quindi si allunga un po’ la sosta prevista in piazza Novelli per leggere tutti insieme il salmo 122: “Quale gioia quando mi dissero…..e ora i nostri piedi si fermano alle tue porte” e lì c’è già don Franco che ci attende e qualche passo più in là sul cancello dell’oratorio ci sono padre Matthieu e don Lidio che ci accolgono: un sorriso, un abbraccio, una stretta di mano non manca per nessuno dei pellegrini. Siamo arrivati! Siamo a casa!
Il resto è storia comune: la merenda sostanziosa, i giochi divertenti, la tavola rotonda interessante, la bellissima celebrazione eucaristica che vede sull’altare tutti i sacerdoti delle due comunità, le corali che cantano all’unisono come se non avessero fatto altro finora e il superbo aperitivo sono stati il coronamento di una splendida giornata che mi ha fatto sentire di vivere non dentro una chiesa di mattoni ma in una chiesa di pietre vive dove ciascuno cerca e desidera il bene dell’altro e fa di tutto perché si realizzi.
Per tutto questo e per quanto ho ancora nel cuore, ma non voglio annoiarvi ulteriormente, voglio cantare anche se sono stonatissima: “Chiesa di mattoni, no! CHIESA DI PERSONE, SI!” 
Raffaella

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